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Ricerche e progetti

Ricerche sul territorio

L’Attività di ricerca é volta all’ampliamento delle conoscenze relative al patrimonio naturalistico regionale (ed anche extraregionale), al recupero delle testimonianze minacciate di dispersione nonché all’incremento delle collezioni mediante acquisti e donazioni.
Si sviluppa sia in relazione alle collezioni conservate in museo sia come attività specifica sul territorio.
Nell’ambito delle ricerche sul territorio, esse si volgono in tutti i settori disciplinari dell’Istituto.
In molte di queste attività il Museo collabora con Università ed altre Istituzioni Scientifiche sia italiane che straniere.


 

Per ciò che concerne l’area abiologica, negli ultimi anni il Museo ha organizzato sia scavi paleontologici (Preone, Vernasso, M. Corona, Forni di Sotto, Tolmezzo, ecc.) sia paletnologici (Biarzo, Sammardenchia). Sono state effettuate anche ricerche protostorico-preistoriche, con particolare riguardo allo sfruttamento metallurgico delle risorse locali ed alla circolazione delle materie prime, nell’ambito del Progetto Celti, in base ad apposite convenzioni con la Comunità Montana della Carnia con sede a Tolmezzo (UD) e la Comunità Montana Canal del Ferro - Val Canale, con sede a Pontebba (UD).

 

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Invertebrati del Parco Naturale Regionale delle Prealpi Giulie

L’area alpina e prealpina delle Giulie occidentali, per la peculiare posizione isolata e marginale nell’ambito dell’arco alpino meridionale, presenta importanti elementi della struttura faunistica preglaciale e una spiccata caratterizzazione della fauna dal punto di vista biogeografico, con evidenti infiltrazioni dall’area sud est europeo-balcanica. Un approfondimento delle conoscenze faunistiche, biogeografiche ed ecologiche costituisce un’esigenza prioritaria per poter affrontare con razionalità piani di sviluppo e programmi di gestione sul territorio. Porre attenzione alle molteplici componenti della biodiversità, in gran parte rappresentata da invertebrati, talvolta anche endemiti di singole aree geografiche, pone le basi e suggerisce i migliori strumenti da adottare per una attenta valorizzazione del paesaggio.

Il progetto ha previsto la realizzazione di due monitoraggi triennali dal 2001 al 2008 (“Monitoraggio di Bioindicatori di pascoli e faggete” condotto nel territorio settentrionale del Parco e il "Monitoraggio faunistico di Invertebrati in ambienti naturali dell'area meridionale del Parco") che hanno portato alla raccolta e l’elaborazione di una notevole quantità di valide informazioni, utili al conseguimento nello specifico dei seguenti obiettivi:
1. Pervenire ad una prima valutazione della biodiversità del territorio del Parco Naturale delle Prealpi Giulie e delle aree adiacenti;
2. Individuare le peculiarità faunistiche dell’area e la presenza di specie di particolare pregio naturalistico e biogeografico;
3. Valutare lo stato di conservazione degli ambienti più importanti del Parco;
4. Fornire, sulla base dei dati ottenuti, le linee guida e le informazioni funzionali per delineare una corretta gestione dell’area al fine di tutelare e valorizzare la biodiversità e le emergenze faunistiche eventualmente presenti.

Nell’ambito del programma di ricerca si è cercato di focalizzare l’attenzione sia sugli aspetti faunistici e biogeografici sia su quelli più propriamente ecologici dei vari taxa oggetto di indagine. Questo approccio consente di mettere in atto la predisposizione di una banca dati della fauna del Parco, utile per la realizzazione di eventuali atlanti faunistici, permette di incrementare le conoscenze scientifiche, ma anche di poter confrontare le biocenosi di diversi ambienti, consentendo così di individuare eventuali biotopi maggiormente rappresentativi, di tratteggiare mirate proposte gestionali eco-compatibili per le principali realtà ambientali del Parco nonchè, infine, di cogliere interessanti spunti di taglio divulgativo. Il presente contributo può rappresentare dunque il punto di partenza di un atlante faunistico regionale a fini conservazionistico-gestionali, che potrà eventualmente essere esteso in futuro all’intero territorio montano giulio-carnico.

 


 

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INVENTARIO FLORISTICO NEL PARCO DELLE DOLOMITI FRIULANE (2006-2008)

Fra le finalità di un Parco Naturale riveste un ruolo fondamentale la ricerca e l’acquisizione di informazioni biologiche sul territorio protetto,). In particolare le indagini floro-vegetazionali rappresentano una fase imprescindibile nell’interpretazione del contenuto biologico di un territorio in quanto la componente vegetale costituisce l’elemento fondante dell’intero sistema naturale. Conoscere la flora di un territorio è dunque determinante ai fini della valutazione delle caratteristiche naturalistiche e biogeografiche. La conoscenza degli aspetti vegetali, inoltre, rappresenta un utile strumento nella gestione dell’area protetta e attraverso elaborazioni mirate consente valutazioni specifiche su eventuali interventi finalizzati alla conservazione e all’incremento della biodiversità e all’integrità dell’intero patrimonio naturalistico presente. Il territorio del Parco delle Dolomiti Friulane si trova in una posizione geografica che funge da crocevia per alcuni contingenti floristici provenienti da aree geografiche limitrofe. In particolare il territorio è interessato da gruppi di specie illiriche (che hanno il baricentro distributivo nelle Alpi Giulie orientali, Alpi di Kamnik e Caravanche) e insubrico-gardesane (distribuite nella regione dell’Insubria, cioè dei grandi laghi alpini ed in particolare, per quanto riguarda il territorio in oggetto, dell’area del Garda-M. Baldo), accanto a specie mediterraneo-montane e tipicamente alpine e che si distribuiscono rispettivamente nei versanti termofili esposti a sud, con caratteristiche prealpine, e in quelli più freddi esposti a settentrione e più interni, con caratteristiche più spiccatamente alpiche. Inoltre, nel territorio del Parco è ben rappresentata la componente endemica della flora. Per questi motivi la flora del Parco risulta di particolare pregio e assume connotazioni del tutto particolari, tanto che si può affermare, senza esagerare, che essa rappresenti il “carattere”, la “personalità” di questo territorio. Sulla base di tali considerazioni, l’Ente Parco delle Dolomiti Friulane ha ritenuto opportuno dare inizio ad un progetto di ricerca sulla flora del territorio di sua competenza anche con l’obiettivo di pubblicare i primi risultati, integrati con dati di bibliografia, in un volume scientifico-divulgativo. Così è stata firmata una convenzione fra l’Ente Parco e il Museo Friulano di Storia Naturale per lo studio preliminare della flora in alcune aree campione sulla base della loro rappresentatività nel territorio del Parco e fruibilità a fini turistici. Tali aree sono state suddivise in un reticolo di 6.5 x 5.5 km corrispondenti ai quadranti della Cartografia Floristica Centroeuropea (o MTB, Ehrendorfer & Hamann, 1965), per poter ottenere al termine della ricerca un quadro quanto più esauriente della distribuzione della flora del Parco, con particolare riferimento alle specie endemiche, quelle inserite negli allegati delle direttive comunitarie (con particolare riferimento alla 43/92/CEE), quelle inserite nelle liste rosse nazionali e regionali e/o che beneficiano di qualche norma di tutela. In questa fase, dunque, la suddivisione in quadranti ha avuto lo scopo di impostare un progetto di cartografia floristica e tentare di delineare la distribuzione delle sole specie target. Nel complesso il bilancio delle attività è stato positivo con un incremento considerevole delle segnalazioni floristiche e dei dati georiferiti e con il ritrovamento di alcune entità interessanti, tra le quali alcune mai segnalate in Friuli Venezia Giulia (Poa chaixi, Helictotricon parlatorei). La raccolta di taxa critici (Alchemilla, Hieracium, Rubus, Knautia) è stata soddisfacente. Anche dal punto di vista vegetazionale sono emersi diversi aspetti interessanti e si è potuto chiarire meglio la diversa articolazione delle fitocenosi nel territorio del Parco, soprattutto in relazione al loro significato a livello di habitat Natura 2000. Sono stati individuati alcuni siti di particolare valore naturalistico (M. Borgà-prati di Salta, zone umide del Vajont, prati delle Centenere) sia per ricchezza di specie che per il loro significato biogeografico.


 

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PROGETTO CLIMAPARKS

Programma per la cooperazione transfrontaliera
Interregg Italia-Slovenia 2007-2013
WP2-PROGETTAZIONE DI UNA METODOLOGIA UNIFORMATA
DI MONITORAGGIO E DI ANALISI DELL’IMPATTO DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI SULLA BIODIVERSITÁ (2011-2012)

Lo studio ha avuto come obiettivo principale l’elaborazione di un protocollo per la valutazione e il monitoraggio, sia a breve che a medio-lungo termine, degli impatti del cambiamento climatico sulle componenti vegetali e su alcune componenti faunistiche degli ecosistemi terrestri e, ove possibile, anche sulle loro potenziali interazioni con componenti particolarmente sensibili della componente abiotica (in particolare della criosfera) nel territorio Friulano, nell’ambito del Progetto Interreg Climaparks, in particolare per quanto riguarda il Parco Regionale delle Dolomiti Friulane ed il Parco Regionale delle Prealpi Giulie. Per un efficace studio dei cambiamenti climatici è risultato opportuno selezionare ecosistemi semplici sia da un punto di vista strutturale che composizionale, in contesti ambientali nei quali fossero ridotti al minimo gli elementi di variabilità non direttamente connessi ai processi analizzati. Le aree montane sono presenti a tutte le latitudini ed in tutte le fasce bioclimatiche, comprendono ecosistemi ad alta diversità ambientale e specifica e costituiscono elementi chiave del sistema globale biosfera-geosfera, di per sé molto sensibili a variazioni ecosistemiche, a rischi e a disastri naturali. Le componenti più sensibili dei sistemi ambientali montani sono la vegetazione, la fauna e, per quanto riguarda le componenti abiotiche, i ghiacciai e le aree con permafrost, in quanto strettamente dipendenti dal clima e dal bilancio energetico della superficie. Considerando che non vi è assoluta certezza relativamente alla scala spaziale e temporale con cui si manifesteranno gli effetti del cambiamento climatico, sono state pianificate attività di monitoraggio multiple, considerando aspetti e processi integrabili tra loro, sia a livello di singole specie che di comunità, sia alla scala di singoli plot che di aree più estese.

Sono state adottate le seguenti metodologie: 1) Monitoraggio di singole comunità vegetali nell’ambito di Plot permanenti;
2) Elaborazione di una carta fitosociologia della vegetazione che possa costituire un punto di riferimento per il monitoraggio a medio-lungo termine (15-20 anni) delle potenziali variazioni di distribuzione spaziale ed areale e della composizione floristica delle comunità vegetali;
3) Eventuale analisi delle fenologia di specie vegetali target (nell’ambito dei plot selezionati al punto 1);
4) Monitoraggio dell’uso del suolo e dei suoi eventuali cambiamenti;
5) Approccio per gradienti altitudinali con la selezione di orizzonti altitudinali differenti, al di sopra del limite del bosco;
6) Approccio per ecosistemi con elevato potenziale grado di sensibilità, come ad esempio praterie d’altitudine e vallette nivali;
7) Eventuale monitoraggio di processi di colonizzazione e dinamismo in siti dove la componente vegetale sia strettamente associata a forme glaciali e/o periglaciali.

Per ciò che riguarda la componente faunistica, il protocollo ha previsto il monitoraggio delle comunità di alcuni taxa faunistici scelti per la loro comprovata idoneità come bioindicatori. In particolare è previsto il monitoraggio di Lepidotteri, Coleotteri Carabidi e Ragni tra gli invertebrati terrestri, di diversi gruppi di macroinvertebrati acquatici e degli Uccelli nidificanti tra i vertebrati. La struttura del monitoraggio prevede, per gli invertebrati terrestri, l’individuazione delle stazioni di campionamento in plot permanenti disposti ogni 100 m di dislivello secondo transetti altitudinali che vanno dal piano subalpino a quello nivale, possibilmente coincidenti con quelli previsti per il monitoraggio delle comunità vegetali. Per i macroinvertebrati bentonici di acque correnti dovranno essere selezionati tre bacini idrografici in ciascun Parco: è previsto il campionamento del tratto sorgentizio (crenal) ed epiritrale nelle testate del rio o torrente principale. Lo studio delle comunità di uccelli nidificanti, infine, dovrà venire effettuato attraverso la tecnica del conteggio delle presenze in punti di ascolto collocati nei medesimi plot previsti per gli invertebrati terrestri.


 

RETE ECOLOGICA

Il Piano Paesaggistico Regionale (approvato con DGR 771-2018) ha lo scopo di integrare la tutela e la valorizzazione del paesaggio nei processi di trasformazione territoriale, anche come leva significativa per la competitività dell’economia regionale. Il Museo Friulano di Storia Naturale, in collaborazione con altri (Regione FVG, UNIUD, UTI Carnia, ERPAC) e in co-pianificazione con il MiBACT, ha contribuito alle linee guida per la progettazione della Rete Ecologica territoriale. Per rete ecologica si intende un sistema di aree naturali o semi-naturali la cui funzione è salvaguardare la biodiversità del territorio, creando spazi idonei per la presenza delle specie e per aumentarne la capacità di spostamento e di contatto tra popolazioni. La rete ecologica è definita come un sistema interconnesso di habitat naturali e seminaturali che permeano il paesaggio e consentono di mantenere le condizioni indispensabili per la salvaguardia delle popolazioni di specie animali e vegetali potenzialmente minacciate dall'attività umana. In termini generali, la rete ecologica ha un carattere multi-scalare e specie-specifico, ossia gli elementi che la costituiscono assumono caratteristiche funzionali diverse se letti a scala regionale o a scala locale e essa può variare a seconda delle specie per le quali viene individuata. Il lavoro ha previsto una fase di studio pilota in alcune aree regionali attraverso un metodo articolato in due fasi: dapprima l’identificazione dei tracciati connettivi potenziali attraverso l’analisi funzionale del territorio, anche mediante l’uso di software specifici, e successivamente la scelta da parte dell’ente territoriale dei nodi e corridoi da salvaguardare, da rafforzare o da progettare per garantire la connettività ecologica in sede locale. Nella realtà gli elementi della Rete Ecologica Locale sono rappresentati da singoli habitat, da insiemi di habitat naturali, o da mosaici di paesaggio più o meno estesi dove aree urbanizzate, aree coltivate ed elementi naturali (siepi, filari di alberi, prati, boschi residuali) si susseguono con diversa densità. Si tratta quindi di individuare ambiti di potenziale connessione ecologica e ambientale alla scala locale, contribuendo all’obiettivo generale di uno sviluppo durevole e compatibile.


 

Attività svolta nell’ambito dell’accordo di collaborazione con la Regione Friuli Venezia Giulia per lo studio, monitoraggio e divulgazione ai fini della prevenzione e contrasto alla diffusione di specie vegetali neofite invasive potenzialmente invasive e di rilevanza unionale (2016)

Il problema dell’invasione di specie neofite (o aliene) è ormai divenuto straordinariamente attuale, tant’è che a livello europeo è stato recentemente pubblicato un regolamento (REGOLAMENTO UE N. 1143/2014) che ne inquadra gli aspetti legati al controllo della loro diffusione e alle strategie per evitare ulteriori ingressi nei Paesi dell’Unione.

Una specie si definisce esotica quando si trova in un territorio differente dalla sua naturale area di distribuzione, ovvero proviene da un’altra area geografica. Le specie si possono spostare anche naturalmente, ma nel caso delle neofite l’introduzione in un territorio dipende sempre dall’uomo e può essere volontaria, come nel caso di specie coltivate a scopo ornamentale o alimentare, oppure accidentale, nel caso in cui queste vengano trasportate attraverso i traffici commerciali o, in generale qualsiasi spostamento di uomini e mezzi da un Paese all’altro. In questo caso generalmente vengono trasportati involontariamente i frutti e/o i semi. A questo proposito, le vie di comunicazione principali, come linee ferroviarie, autostrade, ecc. svolgono un ruolo chiave nella diffusione di queste piante. Quando una specie esotica giunge in un nuovo territorio, o vi si trova già coltivata in parchi, giardini o vivai, potrebbe incontrare le condizioni climatiche idonee per potersi diffondere autonomamente. In certi casi queste entità riescono a diffondersi così tanto da diventare invasive, con ripercussioni negative sulla biodiversità, sulla percezione del paesaggio e sulla sfera socio-economica. Le ragioni possono essere molteplici e vanno ricercate nella biologia della specie, che può trovare nel nuovo territorio una nicchia congeniale o addirittura migliore rispetto al territorio d’origine, spesso a causa di minor competizione da parte delle specie autoctone o dell’assenza di organismi che ne controllino la densità (animali che se ne cibino, patogeni, ecc.). A volte queste specie sono dotate di meccanismi che ne garantiscono la diffusione e l’affermazione indiscussa nel territorio, quali sostanze allelopatiche radicali, produzione massiccia di frutti, fioriture prolungate, crescita rapida. Molto spesso si tratta di specie pioniere e ruderali: ecco perché il degrado dei sistemi naturali ne favorisce l’ingresso e la diffusione. I problemi arrecati dalle specie neofite, soprattutto se invasive, sono molteplici, e vanno dall’inquinamento biologico degli ecosistemi autoctoni, con conseguente perdita della autobiodiversità, alla compromissione dei sistemi agricoli, ai danni alla salute umana. Più in generale si può affermare che le invasioni biologiche determinano effetti negativi sui servizi ecosistemici, definiti come l’insieme delle componenti dell’ecosistema, i loro processi e le loro funzioni (Millennium Ecosystem Assessment, 2005). È evidente che sono necessarie misure idonee, da parte delle Amministrazioni, per poter limitare il più possibile il fenomeno e scongiurare un eventuale e futuro peggioramento della situazione. Queste azioni dovrebbero basarsi sulla conoscenza dell’entità del fenomeno e sulla corretta interpretazione dello stesso in funzione della differente destinazione d’uso del territorio. In questo contesto si inserisce la ricerca che il Museo Friulano di Storia Naturale ha condotto, in collaborazione con la Regione Friuli Venezia Giulia, che ha avuto come obiettivo principale proprio l’acquisizione di criteri per la gestione territoriale volti al contenimento della diffusione delle specie invasive. In particolare gli obiettivi specifici sono stati:

1 - aggiornamento della check-list delle specie vegetali neofite del Friuli Venezia Giulia:
2 - Elaborazione di un modello di relazione fra la diffusione delle specie aliene invasive e le dinamiche dell’uso del suolo su scala regionale:
3 - Proposte di alcune linee guida volte a prevenire e/o contenere l’invasione di specie aliene.


 

Nel territorio amministrato dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia sembrano essere presenti una trentina di specie di pipistrelli, tutte particolarmente tutelate a livello europeo e inserite in vari allegati della Direttiva Habitat 92/43 CEE. La necessità di tutelare questi animali deriva dalle precarie condizioni di conservazione in cui versano molte specie, sicuramente tra le più sensibili alle modificazioni ambientali causate dall’uomo. Essi sono integralmente tutelati dalla Legge Italiana (art. 18 della L. 349/1986; art. 2 della L. N. 157/1992) e da diverse Convenzioni internazionali ratificate anche in Italia (dagli all. II e III della Convenzione di Berna, resa esecutiva in Italia con la L. 503/1981; dall'all. II della Convenzione di Bonn, resa esecutiva con la L. 42/1983 e dal conseguente Accordo sulla Tutela dei Pipistrelli Europei individuato dall’acronimo EUROBATS; dall'all. B e D del D.P.R. 357/1997 relativo all’applicazione della Direttiva Habitat 92/43 CEE). Nonostante siano state recentemente pubblicate alcune discrete evidenze di tendenza all'aumento di questi animali in diverse zone d'Europa, è bene prudenzialmente continuare a considerare i chirotteri come specie per lo più in gravissimo pericolo. Nel territorio della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia i pipistrelli sono però ancora poco conosciuti, pertanto l'Amministrazione della Regione Friuli Venezia Giulia ha incaricato il Museo Friulano di Storia Naturale di realizzare un monitoraggio su questo delicato gruppo animale, esteso a tutto il territorio della regione Friuli Venezia Giulia, intitolato “I Chirotteri protetti dalla Direttiva Habitat 92/43 CEE nella Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. Monitoraggi 2013-2014”, le cui attività sono state estese fino al 2015. Alla conclusione dell'incarico il monitoraggio e la raccolta di dati sono comunque continuati e stanno producendo notevoli risultati, fondamentali soprattutto a fini di conservazione e gestione territoriale. Le attività sono state principalmente dirette alla verifica dei siti di aggregazione riproduttiva e letargale, ma sono stati contemporaneamente utilizzati sofisticati sistemi di cattura e verifiche bio-acustiche sia per aumentare i dati a disposizione, sia per comprendere meglio il quadro complessivo, raccordandolo alle verifiche occasionali dovute alla spontanea collaborazione di cittadini, enti pubblici e privati.


 

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